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ARMANDO CHERI

Armando Cheri ama il legno. Un amore schietto, diretto, senza compromessi. Un amore per il quale sacrificarsi, rischiare e combattere, di quelli che ti segnano, ti fanno soffrire e gioire.
Un innamorato può fare pazzie e lui ne ha fatte tante e continua a farne, artista cocciuto e appassionato, ardente come il sole che picchia sulla sua terra, quella lasciata a diciannove anni per andare a lavorare sul continente… Armando Cheri nasce il 2 maggio del 1962 a Sarule, nel cuore della Sardegna, paese incastonato in quell’aspra e mitica Barbagia dove il tempo pare essersi fermato. Il legno ce l’ ha nel sangue, ne ha respirato il profumo sin da bambino. Lì, con il legno, ci si arrangia, lo si lavora da sempre, se ne fanno mobili e oggetti e non servono designer. Il padre e lo zio lavorano il sughero, due fratelli fanno gli intagliatori e c’è pure un cugino scultore, Elio Sanna. Un’infanzia ed una giovinezza vissute in mezzo ad una natura ancora incorrotta, tra le rocce e le grotte, l’ulivo ed il mirto, gli antichi nuraghi e le chiese medievali. Una civiltà contadina di salde tradizioni quella barbaricina, dove il lavoro nei campi, il pascolo e l’artigianato continuano a dar da vivere alla gente, come un tempo…
Immagini, storie, gesti, profumi che Armando si porta appresso quando decide di andarsene lontano, prima in Piemonte, poi, definitivamente, a Venezia.
Ed è qui in laguna che, nel 1990, lo spiritello artistico che gli cova dentro esce allo scoperto. Rintanato nei pochi metri quadri di un garage trasformato in un improvvisato laboratorio, esorcizza le ferite della lontananza e le difficoltà della vita aggrappandosi alla saggezza e al calore del legno.
I suoi primi lavori sono un omaggio alla città lagunare: affascinato dalla forma sinuosa delle forcole delle gondole, ne realizza una serie dimostrando già una buona padronanza e sensibilità nel trattare la materia.
Puro autodidatta, sente la necessità di una “istruzione” artistica e così, accanto ad un instancabile esercizio sul legno, si dedica alla lettura di testi di storia dell’arte, visita musei, frequenta gallerie e conosce altri artisti. Sulla sua strada ha la fortuna di trovare amici che lo aiutano e sostengono: il poeta Mario Stefani che presenta la sua prima mostra alla Banca Nazionale del Lavoro di Mestre, il pittore e gallerista Davide Orler e Marcello Colusso, artista e docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera che diventa per molti anni la sua guida ed il suo “consigliere artistico”.
Gli esordi di Armando sono fortemente legati alla sua terra: le asprezze della natura, la storia, la mitologia, la religione entrano prepotentemente nelle sue prime opere. Evoca e fa rivivere nel mirto, nel ciliegio, nel noce, nel corbezzolo, nel bosso, nell’ebano, nell’ulivo e nella quercia, animali, rocce, alberi, dee madri, guerrieri, armi. Arcaiche radici nuragiche che emergono assieme alle testimonianze di fede cristiana: la madre ed il figlio, la Madonna ed il Cristo hanno nutrito la sua frenetica iniziazione all’arte del legno. Armando scolpisce per apprendere, per scoprire i segreti di una materia, per affinare la sua naturale manualità e sperimentare nuove strade. E così, dopo l’aspra e ruvida espressività delle sue prime opere, la ricerca si volge verso l’essenzialità, la sintesi, la purezza della forma. La Genesi, la Maternità, la Nascita, la Donna, l’Incontro, la Trasformazione sono i soggetti sui quali lavora tra la fine degli anni ’90 ed i primi anni del 2000, opere che in alcuni casi realizza in pietra e marmo e traduce in bronzo. Le forcole, realizzate agli esordi, tornano in qualche modo in queste sculture slanciate e levigate, esaltate dai colori dei legni utilizzati, corpi e ricordi di corpi che si racchiudono o si dispiegano in curve o spigoli. La figurazione si fa astrazione, ascesa verso il cielo.
Ma, per Armando Cheri, non esiste un punto d’arrivo e queste sculture sono solo una tappa di una ricerca che prosegue in compagnia dei suoi tronchi e delle sue radici. Artista istintivo, Armando affronta direttamente il legno, seguendo un’intuizione, un’idea, una traccia, uno stato d’animo. Non sempre usa un disegno preparatorio, ma utilizza semplicemente dei segni di riferimento e proporzione. Lavora su un unico blocco, senza assemblaggi né incollature, rispetta e valorizza la materia che ha tra le mani, le sue biforcazioni e contorsioni, le sue trame e nervature, conserva i frammenti di pietra che come proiettili di qualche lontana esplosione si sono conficcati nella corteccia. Questo stretto rapporto con il legno e le sue forme lo porta verso altre vie espressive. Nasce così la serie delle lune (Luna curiosa, parlante, rossa, di mare, d’Atlantide) nelle quali sfrutta le viscere del legno, le cavità, le asperità, le escrescenze della radica per affrontare un viaggio nel cosmo e nei suoi misteri sino ad arrivare alla terra degli angeli.
Il minuscolo studio si riempie di sculture e di pezzi di legno: lo spazio non basta più ad accogliere il frutto di un amore che cresce e gli attrezzi necessari per affrontare meglio il proprio lavoro. La ricerca di un nuovo spazio finalmente si concretizza: è un altro garage – molto più spazioso – circondato da un cortile dove può raccogliere e far stagionare la materia prima, gli oltre venti tipi di legno che utilizza per le sue sculture. Il laboratorio diventa la sua seconda casa, le sere e le notti le trascorre a tagliare, digrossare, scalpellare, ma queste ore dedicate all’arte non gli bastano più. Così, nel 2005, decide di lasciare il lavoro per fare lo scultore a tempo pieno.
La sua ricerca spazia ormai in varie direzioni: incursioni nell’attualità (Il buco nell’ozono e L’inseminazione artificiale), temi ricorrenti come quelli della maternità e dell’origine della vita, il richiamo della natura, le suggestioni d’un passato remoto sconvolto da incendi, eruzioni, terremoti, battaglie, le fantasie sul tema della musica, le note, gli strumenti, i capricci, lo sguardo verso il creato… Ricordi e sogni, curiosità ed interrogativi, energia ed ironia nutrono la linfa vitale che scorre dentro queste creazioni in legno.
Aveva iniziato a scavare il legno per nostalgia e disperazione, ha proseguito con ostinazione, è arrivato ad un’irrequieta maturità che non conosce ancora traguardi: libero di proseguire la sua strada in simbiosi con il legno, di muoversi tra terra e cielo, passato e presente, realtà e fantasia, di avvicinarsi a quel qualcosa più grande di te che se ne sta nel minuscolo seme come nella lontananza delle stelle e dei pianeti.
Dott. Emanuele Horodniceanu

Venezia, agosto – settembre 2006

 
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