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PINOT GALLIZIO

Nato ad Alba il 12 febbraio 1902, Pinot Gallizio giunge alla pittura nei primi anni Cinquanta, trasferendovi gli interessi e le diverse competenze maturate nel corso delle sue precedenti esperienze.
Laureatosi nel 1924 alla Facoltà di Chimica e Farmacia di Torino, Gallizio svolge fino ai primi anni Quaranta l’attività di farmacista ed erborista, occupandosi parallelamente di teatro, di cultura popolare, di archeologia – nel cui ambito conduce ricerche che consentiranno di portare alla luce insediamenti neolitici nei pressi di Alba – e di antropologia. Si dedica poi alla
produzione di erbe medicinali e aromatiche e di prodotti chimici e industriali sotto il marchio di suo conio «Chimica vegetale».
Dopo esser stato membro delle formazioni partigiane, nel primo dopoguerra Gallizio inizia un’attività politica che lo vedrà consigliere comunale di Alba fino al 1960.

L’incontro nel 1952 con l’artista torinese Piero Simondo segna l’ingresso in un’avventura artistica cui darà impulso decisivo un secondo incontro avvenuto nell’estate del 1955 ad Albissola, quello con l’artista danese Asger Jorn. Già nel settembre dello stesso anno Gallizio, Jorn e Simondo fondano ad Alba, in quello che era il laboratorio della «Chimica vegetale», il Laboratorio Sperimentale del Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista (M.I.B.I.), sede comune di sperimentazione artistica, di dibattito e centro propulsore di battaglie culturali e politiche, di cui sono testimonianza l’edizione di manifesti, volantini, pubblicazioni. Con l’organizzazione nel 1956 del 1° Congresso Mondiale degli Artisti Liberi, Alba diverrà sede di incontro per artisti ed intellettuali provenienti da tutta Europa: a partire dai membri del MIBI, dal lettrista Gil Wolman, dall’artista e architetto olandese Constant, da Ettore Sottsass jr. e Enrico Baj, dai cecoslovacchi Rada e Kotik, per giungere poi ai teorici francesi Guy Debord e Michèle Bernstein, all’artista inglese Ralph Rumney, con i quali Gallizio fonderà nel 1957 l’Internazionale Situazionista.
È all’interno di questa temperie artistica e intellettuale, che Gallizio mette a punto la pittura industriale, utilizzando tele lunghe fino a 74 metri, destinate ad essere tagliate e vendute al metro. Attraverso questa ed altre esperienze, Gallizio persegue un superamento del dogma dell’unicità dell’opera e dell’originalità irripetibile del gesto artistico, portando infine la pittura a una dilatazione ambientale e performatica. Nel 1959 i lunghi rotoli di pittura industriale vengono impiegati per rivestire interamente le superfici murarie della Galerie Drouin di Parigi che, grazie anche a dispositivi sonori, si trasforma in un ambiente pittorico avvolgente e polisensoriale, ricco di riferimenti antropologici: la Caverna dell’antimateria (1958-1959).
Con l’uscita dal movimento situazionista, nel corso del 1960, Gallizio volge la sua ricerca all’approfondimento del valore del segno, cui attribuisce l’andamento di quella personalissima scrittura da lui definita «psicogeometria», che connota in chiave narrativa i grandi cicli pittorici La Gibigianna e La Storia di Ipotenusa (1960-1961). Il tema del segno, esplorato in chiave materica e gestuale, ma con una sensibilità rinnovata dalla conoscenza della cultura Zen, è tra il 1962 e il 1963 alla base del vasto ciclo delle Notti di cristallo e delle serie Oggetti e spazi per un mondo peggiore e Fabbriche del vento, in cui il segno si chiude nell’iconografia del nodo e dell’intreccio, sprofondando in una sostanza pittorica spumosa e lievitante.
Con i quadri-oggetto della serie Neri (1963-1964) – scatole di oggetti e materia pittorica talvolta sigillati da un rivestimento di cellophane – e soprattutto con il mobile-archivio Anticamera della morte, accomunati da un’uniforme stesura di pittura nera, la vicenda artistica ed esistenziale di Gallizio si apre ad una nuova stagione pienamente in linea con i mutati orizzonti delle esperienze artistiche internazionali, interrotta dalla prematura scomparsa.
Il riconoscimento del valore della sua ricerca è testimoniato, in vita l’artista, da numerose mostre in Italia e all’estero, da Parigi a Monaco a Copenhagen, e in particolare dall’importante personale allo Stedelijk Museum di Amsterdam, organizzata dall’allora direttore Wilhem Sandberg, e dalla sala personale alla Biennale di Venezia del 1964, inaugurata qualche mese dopo la morte improvvisa dell’artista. A dieci anni dalla scomparsa la Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino gli dedicò una grande retrospettiva, mentre negli anni seguenti l’opera dell’artista è apparsa nei maggiori musei internazionali.

 
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